Critica a cura di Carmen Bellalba

Mi è stato chiesto di scrivere sull’opera pittorica di Grey Est, straordinaria artista, poliedrica, di origine Latinoamericana da anni residente in Italia. Grata mi sono posta innanzi alla stupefacente produttività dell’artista come un osservatore qualunque scevro da qualsiasi preconcetto sull’arte, libero da schemi e parametri di giudizio, non da critico insomma, lo scopo era quello di sentire le emozioni di lasciarmi inghiottire dalla carrellata vivace di colori che si accendono in un crescendo gioioso, lasciarli liberi di fruire e non filtrarli con il piglio critico di chi razionalmente ne ricerca esclusivamente il senso. Nasce così la domanda di quale sia il fondamento ispirativo di Grey, da dove tutto ha origine? La risposta è in Grey, è nella sua storia il fulcro della sua ispirazione. Stupore non da poco ha suscitato lo scoprire che è autodidatta, dunque artista a trecentosessanta gradi, poiché l’arte da sempre risiedeva in lei, attendeva solo di essere chiamata ad emergere.
Dal giorno stesso in cui Grey ha dato libertà al genio creativo ha disfatto una parte di sé per proiettarla sulla tela, rinascendo come Venere fra le acque della sua ispirazione.
Arriva così ad un discreto successo professionale che la inserisce a pieno titolo fra le voci più interessanti dell’arte post contemporanea italiana.
Nell’opera di Grey è visibile una evidente voglia di sperimentare, lo si coglie nelle diverse tecniche che ha sperimentato, fino ad adottarne una in particolare che ormai la contraddistingue. Ma quanto ha valore quel segno tracciato capace di dare origine ad empatia sensibile fra opera e spettatore in un contatto pelle a pelle, dove lo spettatore è messo in discussione, scrutato, indagato.
Questo accade di fronte a “The Great Mother” opera realizzata nel 2012 con tecnica mista, in cui ci viene presentato un ventre di donna rigonfio, gravido dove traspare la vita, un bambino rannicchiato nel seno di una madre, un ventre ferito, lacerato, striato da sangue che scende come stillato da una croce, mentre il braccio della madre lo avvolge per custodire la creatura pronta alla vita.
Sul fondo azzurro che sa d’infinito, si stagliano il simbolo giudaico della stella di Davide, quello musulmano e una colomba bianca in volo verso l’oltre. Quel grembo così dolorante è la metafora del mondo lacerato da infiniti conflitti, in cui solo il proseguire della vita può donare la speranza di un domani di pace. PACE, PAX è la parola che Grey marchia come un sigillo sulla gambetta paffuta del bimbo non ancora nato, come ad indicare all’umanità che tutto è rimesso nel figlio.
Mi tornano in mente le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nel suo discorso agli artisti in cui auspicava che l’artista affermasse una Bellezza che fosse” riverbero dello Spirito di Dio aprendo gli animi al senso dell’eterno”. Grey con la sua arte si fa custode e promotrice di questo “aprire gli animi”, Grey annuncia la speranza attraverso la grande madre in cui si ravvisano chiari segni di abbandono al divino e al miracolo della vita e ancora la esprime nella sensualità pura di un corpo di donna, le sue donne latine appassionate e nostalgiche dagli occhi grandi e neri che generano un endiadi in intimo colloquio che trattiene, si osservi a tal proposito “Busto di donna” oggi in collezione privata, stesso rapimento emotivo in “Decisione definitiva”, del 2009. Meravigliosi quegli occhi che cercano altrove, forse dove chiama la passione, come suggerisce la testa inclinata, la spalla e quell’ombra rossa tutt’intorno come una corolla, forse che quegli occhi fissano altrove dopo un lacerante addio?
Questo quadro particolarmente caro all’artista è il quadro in cui ogni donna può specchiarsi e ritrovarvi la propria storia.
“Caracas” realizzato con tecnica mista nel 2011, è composto a più livelli, attraverso una scomposizione di piani, dove sulla destra alti grattacieli sospesi in aria sono avvolti da un grigiore che li rende distanti, irraggiungibili quasi una visione nebulosa per i poveri di Caracas, mentre piccole casupole si avviluppano sull’estrema sinistra, immerse in una gioiosa “carrusel” di colori. La scena si costruisce sul colore e sulla luce che ne definisce gli spazi, i volumi, invitandoci ad entrare in quel turbinio di vivacità da cui risuonano voci ,di povera gente lungo le strade, o le urla felici di bambini che rincorrono un pallone, gli odori tipici della terra del sud, la terra di Grey.
L’arte della nostra, è emozione, lealtà con la vita, Grey palesa l’armonia, l’equilibrio, la passione anche se quest’ultima presentata nella sua accezione più elevata e pura.
Pertanto credo opportuno ribadire che questa è arte in quanto realizza lo scopo per cui è tale, ossia portatrice di quella bellezza capace di suscitare emozioni in grado di rigenerarla.

By | 2015-06-12T13:38:24+00:00 marzo 28th, 2013|articoli|